
DA BESLAN A TRENTO. PER RITORNARE A SORRIDERE
Trentino — 23 novembre 2004 pagina 17 sezione: CRONACA
TRENTO. Gli occhi grandi e tristi che guardano altrove di Murad. Le treccine bionde di Irina, la bocca che si apre, timidamente, in un sorriso. Le giacche colorate che si gonfiano col vento. Il cappello di lana nero e rosso di Al’bert, 12 anni, calato fin quasi a coprire gli occhi. I bambini di Beslan sono arrivati a Trento ieri pomeriggio, dopo un viaggio lungo due giorni. Due notti passate in aeroporto a Mosca, quell’intoppo in autostrada, dopo essere atterrati alla Malpensa, che ha fatto ritardare ancora. Le facce stravolte, gli occhi stanchi, eppure ancora vispi, curiosi. Mentre il pullman bianco lentamente si avvicina i piccoli non staccano il viso dai finestrini. Il primo a saltar giù è Kambolat, 10 anni. Dietro, scendono gli altri: il più piccolo, Soslabek, 3 anni, le due bambine Elina e Irina, e poi lui, l’eroe, Murad, 16 anni, il più grande e più triste di tutti. E’ lui che, fatto prigioniero dai terroristi nella scuola di Beslan, ha salvato gli altri bambini aiutandoli a fuggire, e fuggendo poi lui stesso. Ma i suoi occhi parlano chiaro: ora vuole solo dimenticare, per quanto dimenticare può essere possibile. E di Beslan non vuole parlare: né lui, né gli altri bambini. Perché adesso è il momento di ricominciare a vivere. Per questo sono venuti a Trento: per ritrovare se stessi, lontano dai luoghi dell’orrore, per elaborare il dolore e trovare un po’ di serenità. «Hanno bisogno di tornare a sorridere» spiega Ennio Bordato, presidente dell’associazione «Aiutateci a salvare i bambini» che ha organizzato la trasferta trentina dei piccoli russi. Tornare a sorridere, come è normale per bambini della loro età. Ma per Al’bert e Soslan, per Mairbek ed Irina, che a nemmeno 10 anni hanno conosciuto l’orrore della tragedia, di normale ormai resta ben poco. «Per questo è importante che trovino svago qui» afferma uno dei frati mentre aspetta l’arrivo del pullman in piazza, davanti al convento dei carmelitani alle Laste, dove i piccoli soggiorneranno per questo mese e mezzo che restano a Trento. Così fervono le iniziative per far distrarre i 9 bambini arrivati ieri, accompagnati da altrettanti adulti – genitori, nonni, zie – e quelli che li raggiungeranno oggi, rimasti bloccati in Russia da una tormenta di neve. Sabato li aspetta un concerto a Cavedine. E poi domenica il circo. «Il circo di Mosca che è qui a Trento. E a loro piace – commenta Bordato – come a tutti i bambini». Mentre a Natale, tra adulti e piccini, saranno 70 i russi di Beslan ospitati in città: un altro gruppo di 23 persone arriva infatti all’inizio di dicembre. Per loro verranno organizzate liturgie cristiano-ortodosse e «cercheremo di coinvolgerli a cantare per il concerto di Natale» propongono i frati. Intanto i grandi finiscono di scaricare i bagagli e i bambini si guardano intorno. I più piccoli si lasciano andare a qualche sorriso. Scrutano con attenzione la piazzetta, poi il cortile disseminato di frecce con su scritto «Beslan», che conducono fin dentro il convento. Ma gli occhi di Murad restano bassi. Il dolore per lui non si ferma a quel tragico giorno a Beslan. La primavera scorsa ha perso la mamma malata di cancro, qualche anno prima il papà, ucciso in Cecenia. Il suo sogno adesso è quello di servire nelle forze speciali: da quattro anni studia all’accademia militare russa e durante l’attacco alla scuola ha messo in pratica quel che ha imparato. Con lui a Trento è venuta una zia, Zarema Doyeva. «A Beslan la vita è terribile – racconta – perché tutti si conoscono, si guardano e continuano a rivivere il dramma psicologico cha ha cambiato le nostre vite». Di qui, l’esigenza di allontanarli, almeno per un mese e mezzo – resteranno a Trento fino al 6 gennaio – dai ricordi. Esigenza di cui l’associazione «Aiutateci a salvare i bambini», con sede a Rovereto, si è fatta carico, grazie anche al contributo della Provincia. Trento è la prima città in Italia ad essersi attivata per accogliere i bambini di Beslan. «Siamo felici di essere qui» confessa una mamma. «Perché dell’Italia, in Russia, si è sempre parlato – spiega Bordato – prima ancora di Beslan. E al sentimento romantico che ha sempre avvolto la nostra cultura si somma ora quello di gratitudine per gli interventi all’indomani della tragedia». Mentre si incamminano verso il cortile i bambini si guardano ancora un po’ intorno. A chi glielo chiede rispondono educati ciascuno il suo nome, l’età. Al’bert, in testa il cappello di lana nero e rosso con su scritto «Eurosport», si lascia sfuggire persino il suo sport preferito: il nuoto. Nel mese e mezzo che passerà a Trento chissà se già sa che potrà praticarlo. Perché per i bimbi russi, dopo la visita degli psicologi, sono già in programma incontri con la comunità russa presente in Trentino, con le famiglie locali, e poi attività di svago e divertimento nei centri sportivi e in piscina. «Qualcosa è già fissato – confessa Bordato – il resto lo decideremo strada facendo. Insieme con loro». Il sole intanto è calato dietro le montagne: è il momento di fare ingresso in convento. E mentre i grandi discutono sulla sistemazione nelle stanze, chi al primo, chi al secondo piano, i bambini più piccoli si sono accomodati in silenzio sulle sedie disposte in ordine nella cappellina accanto alla segreteria. Qualcuno è corso subito in bagno: intanto i frati hanno pensato di fargli trovare qualcosa da mangiare. Per rifocillarsi dopo ore di attesa, in aeroporto prima, durante il volo e in pullman poi. Ore lunghissime in cui hanno percorso distanze enormi – molti di loro prima di arrivare a Mosca son passati per San Pietroburgo – per mettere se non la parola fine, almeno tanti chilometri tra loro e lo strazio di quella mattina del primo di settembre. E così, uno accanto all’altro, sulle sedie della cappella, mentre Bordato assegna con i frati le stanze, i più piccoli del gruppo stanno a guardare. E quando è il momento di andare agitano le manine in segno di saluto, vorrebbero dire di più, ma c’è la barriera della lingua. Poi qualcuno lo fa, ci prova a stabilire un contatto e dalla bocca esce un timido «bonjour»: l’unica parola non russa che conoscono. Per ora.



